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Storia

MONTES, regione della Sardegna, uno degli antichi dipartimenti del regno di Logudoro.

Quando stabilissi il governo aragonese, e dal Sovrano se ne diede investitura a’ signori che già la possedevano, cominciò a chiamarsi baronia di Osilo o Osile.

Nell’articolo di Logudoro, e in ragionare de’ suoi cantoni mediterranei, avendo notato le contrade con cui confinava questo distretto, e la ragione della sua appellazione, però al presente sorpasseremo questi punti e diremo quell’altro che giova di sapere.

La sua lunghezza nella linea di greco-libeccio dal-l’Anglona a Figulina non è minore di miglia 8, la sua lunghezza in quella di maestro-sirocco dalla Romandia all’Oppia può calcolarsi di miglia 10, e la superficie eguale a miglia quadrate 80 in circa.

È una regione montuosa, dove però non mancano siti piani, e può esercitarsi senza grandi difficoltà l’agricoltura.

Le eminenze principali sono il Tufudesi, o monte d’Osilo, il Monte-Uri, Monte-majore e Monteraggiu. La prima, sebbene la sua elevazione sul livello del mare non sia di gran considerazione (perchè non oltrepassa forse li metri 763 nella punta di Bonaria, e li 650 in quella del Castello), è molto notevole perchè sopravanza non solo i monti prenominati, ma quelli pure che a gran raggio sorgono intorno; ed ha nelle due sue punte il centro d’un bellissimo panorama che molto slargasi nell’orizzonte boreale in sul mare dove è l’Asinara e la Corsica.

Dominano le roccie calcaree, le quali nelle parti meridionali sono coperte dalle basaltiche.

Le fonti non sono in gran numero; alcune però sono molto abbondanti, e tra queste si possono indicare le nominate dessu Quercu, di S. Vittoria, Ottila, Brenaghe e di San Lorenzo.

Si formano in questo territorio alcuni rivi, l’Acheta nato dalla fonte della Quercia, che dall’amena valle del Crabòlu scorre nell’altra assai più deliziosa, che dicono di Logulentu; il Bùnnari che ha sua origine a piè del monte d’Osilo dalla fonte del Pruno, e cresciuto dall’acque del Rio della Canna, entra nella valle cui dicon pure di Bunnari, donde passa in quella di Scala di giocca; il Silis o rio de Coros; il Sassulu.

Questi fiumicelli e i ruscelli delle suddette maggiori fonti servono a metter in moto gran numero di molini.

Dopo questi rivi nati nel territorio sono a indicarsi i fiumi che scorrono da altre contrade e traversano questa regione o ne bagnano i confini; il rio Bandera

o de Bad-e-bandera che ha i suoi principii nel salto dove il Montes confina con l’Anglona e la Figulina, e sua fonte principale nel territorio di Ploaghe; e il Badùri, che nato nel Nulvese traversa i salti d’Osilo tra Monte-majore e Monte-Uri.

Vedonsi i meschini avanzi di selve ghiandifere, che furono estese e spesse quando i pastori e gli agricoltori le risparmiavano. La più ragguardevole era quella che nominavasi Chinna, e ora vedesi molto diradata e troppo offesa nei pochi individui, ai quali non arrivò la fiamma degli incendii. Le quercie e i lecci sono più frequenti che i soveri; le altre specie molto rare, e rarissimi gli ulivastri tanto comuni nelle altre regioni incolte dell’isola. Nelle valli vegetano felicemente i pioppi e gli olmi, che gli osilesi tagliano in travi, o segano in tavole e vendono ai sassaresi e sorsinchi. Il lentisco è sparso per tutto.

Nelle parti più elevate di questo distretto, che sono esposte al maestrale e al borea l’inverno è un po’ freddo quando regnano quei venti, i quali sottentrando a fiati più tepidi cagionano una forte variazione termometrica e dannosissima a coloro, che imprudentemente non prepararono alla persona la necessaria difesa tenendosi ben coperti. La neve copre spesso il suolo, e passano talvolta anche due settimane prima che si fonda. Nel Tufudesi sono alcune neviere, dove raccoglie-si la neve ghiacciata per il commercio con Sassari, Alghero, ed Ozieri. Le tempeste con grandine e fulmini sono più frequenti che nelle regioni vicine; la nebbia soventi ingombra i luoghi, ma senza danno, perchè cagionasi dalle nubi basse sorgenti dal mare. Il monte d’Osilo vedesi di quando in quando ravvolto nelle medesime. L’aria che vi si respira è purissima, e solo in alcune valli e in certe stagioni viziata da miasmi.

Il selvaggiume grosso è raro, e i cacciatori che van agitando le macchie sono lietissimi se incontrino un cinghiale. In maggior numero sono le volpi, le lepri, le martore. Non mancano gli uccelli di rapina, avoltoi, aquile, falchi; e tra le specie gentili sono assai moltiplicate le pernici.

Popolazione. Fu un tempo, quando in questa contrada erano molti popoli, e abitavasi simultaneamente Osile, Bualis, Gutòi, Felisquentino, Scalas, Sàssulu, Ton-sa, Villafranca d’Erice o Eris, Utali e Montes. Cadute le case restarono in piè le chiese per la religione di quelli che erano sopravvissuti, e che almeno nel giorno del titolare vi andavano agli uffici divini. Sassulu era dove oggidì si vedono le chiese di s. Maria, s. Leonardo e s. Ilario; Villafranca d’Eris intorno alle cappelle di s. Gavino e s. Michele; Scalas presso alla chiesa di s. Maria; Tonsa intorno alla chiesa del Salvatore, e Utalis presso alla chiesa della N. D. di tal titolo in vicinanza al borgo di s. Vittoria. Nella valle Margherita e dove sono le chiese di s. Anastasia e s. Giusta; e in Serras de Osile intorno alle cappelle di s. Giovanni, s. Marco, s. Georgio vedrai altre vestigie di antiche abitazioni. Le guerre, le pestilenze cagionarono tanta rovina e solitudine; ma nell’infortunio degli altri prosperò Osilo, perchè accolse i pochi che si salvarono, e acquistò il diritto che or ha sulle loro rispettive terre.

Nel 1358 i sopranominati paesi, a eccezione di Villafranca d’Eris e di Montes, esistevano tutti ed erano soggetti immediatamente al Sovrano, perchè già da quattro anni i Malaspina vi avean perduta ogni autorità.

In tutto il distretto non fu per molti secoli che il solo borgo di Osilo; il popolo di s. Vittoria, che coltiva il territorio dello spento Utali, è da poco che cominciò a esistere, dicendosene primi coloni alcuni anglonesi, i quali nelle feroci inimicizie tra Bulcesi e Perfughesi non essendo sicuri nel luogo natio, colà si ritirarono nelle loggie del cortile di s. Vittoria, e crebbero poco dopo da’ poveri d’Osilo che sperarono migliorar di sorte vedendo la facilità con cui quegli stranieri viveano da’ frutti de’ loro lavori.

Popolazione montese negli anni:

1654 1688 1698 . fuochi fuochi fuochi maschi femm.

Osilo 315 649 563 1323 1440

Stato della popolazione del 1838.

Maggiori Minori Paesi maschi femm. maschi femm. totale famiglie

Osilo 794 799 1388 1394 4375 1015 Utali 200 170 150 170 690 185

Parve ad alcuni che in questo territorio quanto lo abbiamo definito nella sua superficie, non potessero stare quei diversi popoli che nominammo, perchè non darebbe la sufficienza ai medesimi, supponendosi un per l’altro di 500 abitanti; ma una leggiera considerazione può dissuaderli da tale opinione. La popolazione attuale non è molto al dissotto delle 5000 anime, che si credono troppe per questo territorio, e non pertanto trovasi rispettivamente alla superficie nella ragione di anime 62 ad ogni miglio quadrato, la quale è una ragione assai debole, e che solo potrebbe accettarsi per terreni sterilissimi e insalubri. La terra montese può, senza pur che si supponga una profonda cognizione agraria e una costante fatica, nutrire il quadruplo della popolazione che or ha.

Professioni.

Paesi agric. past. mecc. preti uff. san. scol. legg.
Osilo 1300 200 150 30 8 100 450
Utali 220 40 25 1 1 15 35

I montesi hanno corpi di taglia mediocre, ma di forme giuste e leggere, molta intelligenza e accortezza; e le loro donne aggiungono a questi pregii una gentil beltà con molta grazia, vivacità e cortesia.

Nel morale de’ medesimi notasi un forte sentimento d’onore, facilità all’ira, pertinacia nell’odio, ostinatezza ne’ puntigli, studio e costanza nelle fatiche, sì che non sanno differir le loro faccende nè pure quando si accorgono di essere insidiati da’ loro nemici. Sarebbe prova certissima di codardia se non affrontassero il pericolo. In essi è pure riconosciuta una gran fierezza d’animo a non abbassarsi, e però non si ha esempio di alcuno che abbia servito in officii vili, e insieme a non voler soffrire la superiorità che ne’ paesi si soleano arrogare quei cotali che quando si avean comprato il titolo di cavalieri, quasi avessero migliorato di natura, si esaltavano in una superbia tracotante, ed emulavano le maniere baronali dell’alta aristocrazia. Si andò scemando il loro numero, e presentemente in quel grosso paese non vi è altra distinzione che quella che portano le qualità e le fortune particolari. A compiere queste nozioni è solo da notarli sobri, religiosi, puntuali, manierosi, arrendevoli nelle differenze, socievoli e temperati d’umore.

Da questo che sono laboriosi si intende che tra i montesi sono rari quegli indigenti che debbano vivere dell’altrui carità. Quasi tutte le famiglie possedono qualche cosa.

Generalmente godono un’ottima sanità, e se più cautamente si guardassero da’ venti freddi, quando sono trafelanti per le tollerate fatiche, le polmonie e le angine sarebbero meno frequenti. Nell’estate e nell’autunno dominano le coliche, le febbri biliose e periodiche.

Per la foggia particolare di vestire delle donne osi-lesi quando sono in faccenda e quando vanno alla chiesa, vedi l’Atlante unito al primo volume del Viaggio in Sardegna del generale Conte La Marmora.

Osilo è uno de’ rarissimi luoghi, dove la istituzione delle scuole primarie abbia giovato. I genitori intendendo il beneficio sovrano mandavano all’insegnamento i figli, e l’insegnamento era praticato con tanta conformità ai regolamenti e con tanto zelo, che la scuola osilese avrebbe potuto essere degnamente una scuola esemplare o normale, e servire alla istruzione di coloro che avessero voluto esercitare l’ufficio di maestri. Dopo aver quasi sempre inveito contro il disordine che vedea in pressochè tutti siffatti stabilimenti, e per la stupidissima negligenza de’ padri, che nulla si curavano della coltura de’ loro figli, e per la inettitudine di quelli che si nominavano maestri ed educatori de’ teneri fanciulli, e spesso non sapeano, più spesso non voleano far niente di quanto era prescritto ne’ saggi regolamenti dati dal governo, sento ora il bisogno di render giustizia agli osilesi, e dar ai bene eletti maestri la lode che meritò la loro intelligenza in un ministero, che non è da uomini sciocchi e ignoranti, e la carità che usavano coi fanciulli.

Le persone che sappiano leggere e scrivere non pajon meno di 550.

Le donne sono non meno degli uomini studiose ne’ lavori, e quasi tutte si esercitano nel telajo per provvedere de’ necessari tessuti la famiglia e per farne guadagno. Si sono già introdotti molti telai di miglior forma, e molti di giorno in giorno si sostituiscono agli antichi, ne’ quali si operava con molta difficoltà, e si facea pochissimo lavoro.

Agricoltura. Il terreno arativo della doppia vidazzone non è meno di 9000 giornate. Le argille sono comuni, e grande è la fatica che domandasi per la seminagione. La fruttificazione suol essere come nelle terre di mediocre benignità negli altri dipartimenti. Il grano, l’orzo e il lino si semina per provvista alla famiglia e per articolo di commercio; i legumi solo per il bisogno particolare.

Nella seguente tabella vedrai lo stato delle principali cose agrarie: le misure per i semi sono starelli, per

il mosto cariche:
Paesi grano, orzo, fave, lino, legum. fruttif. vigne.
Osilo 3500 1000 150 300 80 15000 3500
Utali 800 150 50 100 20 8000 700

I legumi che si coltivano sono ceci e lenticchie. Il granone si coltiva da pochi, e parimente le patate e le piante ortensi.

È trascurata anche la vigna, sì che la vendemmia dà appena la provvista, e un vino di poca bontà comechè l’uva maturi bene. Si distilla poca acquavite.

Le piante fruttifere sono peri, fichi, pomi, susini, peschi, ciriegi e noci, e queste due ultime specie in piccol numero. I montesi imprenderanno anch’essi la cultura de’ gelsi.

I terreni chiusi erano nel 1835 non meno di starelli 2800, gli aperti si computavano di starelli 6125, i pascoli pubblici di altrettanta superficie.

Pastorizia. Le specie e il numero de’ capi educati sono (1838) come nella seguente tabella:

Paesi buoi, vacche, capre, pecore, porci, cavalle, cavalli

Osilo 1240 700 1850 9500 3000 70 1000 Utali 300 120 410 2000 700 " 100

I salti montesi non potendo nelle attuali condizioni dare un abbondante nutrimento, però i pastori devono passare in altre regioni e comprarvi il pascolo superfluo. Questi sono in continue contese con gli agricoltori, ma perchè molto inferiori in numero devon spesso cedere. Manipolano assai bene il butirro, ma perchè sgrassano il latte della sua crema, guadagnano poco da’ formaggi.

L’apicultura è curata da pochissimi.

Commercio. Dagli articoli agrarii e pastorali, che sono i più considerevoli, e dagli altri minori rami di lucro possono i montesi ottenere annualmente la somma di lire n. 250,000. Vendono nella piazza di Sassari grano, orzo, lino, tessuti di lana e di lino, frutta, capi vivi, formaggi, pelli, lana, cuoi, travi ecc.

Strade. Nell’anno 1825 si apriva una strada nella pendice della montagna dove è Osilo, e fu prodotta sino alla grande strada centrale; ma essendo stata poi poco curata, forse presentemente è già mancata la bella comodità che era nella medesima al commercio con Sassari, e questa non si potrà effettuare che sul dorso de’ giumenti. Alle altre parti non sono che sentieri scoscesi; ma poi il passaggio da Sassari all’Anglona sotto il monte d’Osilo in uno stagno di fango o sul marciapiè di pietre rozze e mal unite, con frequenti vacuità dove sprofonda il piede de’ pedoni e de’ cavalli, è di un pericolo spaventoso, e non si può figurare una cosa peggiore.

La fiera più popolosa è quella che si celebra in Tergu in occasione della solenne peregrinazione degli osilesi a venerarvi la N. D. nella commemorazione della sua Natività. Questa chiesa, che fu una antichissima abazia de’ benedittini, trovandosi in regione dipendente da Osilo, ma dentro la circoscrizione della diocesi ampuriese, fu causa di risse sanguinose tra gli osilesi e i castellanesi (di Castelsardo), e di una lite che per più anni si agitò in Roma, ed ora è sopita, pretendendo gli uni e gli altri il diritto esclusivo di ufficiarvi, e gli osilesi ponendo a fondamento la loro possessione immemoriale. Addì 8 settembre una parte del capitolo della collegiata di Osilo vi si avvia tra una folla di devoti, quali a piedi e quali in sella, per celebrarvi i divini ufficii, e va con essi una turma di cento cavalli, che sinchè durò la giurisdizione feudale era preceduta dallo stendardo del Duca di Candia e dagli ufficiali della curia che dovean vegliare al buon ordine e provvedere ne’ casi di disturbo. Quei cavalieri quando sono una mezz’ora distanti dalla chiesa corrono a briglia rilasciata sino alla medesima per luoghi, che a ver dire non sono molto comodi al passo, ed entrati nel cortile della chiesa fanno tre volte il giro. Quindi l’alfiere va tra il suono delle trombette a porre la bandiera presso l’altare alla parte del vangelo, e quindi si fanno con tutta solennità altre cerimonie in dimostrazione del possesso. I castellanesi, se sian presenti, devono prima di arrivare gli osilesi scaricare i loro archibugi e nasconder tutte le armi; e quando trascurarono di farlo non poterono evitare di venir a duello e di essere aspramente battuti. Vi si pernotta, si canta, si balla, si fanno conviti e si gode un bel sollazzo. Si torna indietro il giorno dopo verso le nove del mattino, e si viaggia sino a S. Pietro de Idighinzos, antico ospizio de’ benedittini di Tergu, dove tutto il popolo coi sacerdoti, i curiali e gli uomini di cavalleria si fermano per il pranzo spargendosi in varie brigate attorno la chiesa e presso la fonte che dicono Su Cantaru de S. Pedru. I pastori de’ prossimi salti offrono gran copia di latticinii, partecipano del convito, e poi entrano nella danza che si incomincia dopo il pranzo, o gareggiano traendo al bersaglio. Quando i peregrinanti rientrano nel paese fanno gran rumore con le grida, con molte scariche delle loro armi, e sono accolti con plausi sonori.

Antichità. Le costruzioni noraciche sono in gran numero entro i confini di questo territorio. Eccone la nota: Bellu in piatu Chirispada – Schina de Chirispada – Punta de Chirispada – Su sterridorgiu – Sa funtana dessa figu – Furcaditos – Ondra pes – Ferrunda – Tau – Sitto – Nuraghe ladu – Nuraghe copertu – Sos angioniles – Crastu de Santile – Calvarida – Cantareddu – Abba salza – Sitto (bis) – due in Badu de Samude.

In territorio di Tergu Nuraghe Curtu – Andriapinna
Corona ruia – Isgràstula – Leppedda – Sa coloula – Sa Uda – Su lacu – Massigiola – Malta de Giagu – S. Baingiu Eri – Tudari. – In territorio di Baduganu Basolu
Caudes – Tangarone – Eredeo. Di questi alcuni sono in gran parte distrutti, gli altri poco meno.

Caverne sepolcrali. In Ittiàri presso S. Vittoria, in Conch-e-homine, in valle Acheta, e presso la fonte detta Sos Lacheddos, vedonsi molte di siffatte cameruccie scavate nella roccia.

Notizie storiche. Quando cadde il regno del Logudoro, i Malaspina occuparono questo dipartimento, e furono essi che edificarono in una delle punte del Tufudesi quel fortissimo castello di cui vedonsi le vestigia, e resta sull’estrema rupe la torre principale. Di questa fortezza si è già parlato nell’articolo Logudoro, e torneremo poi a parlare nell’articolo Osilo.

I Marchesi di Massa ebbero dominio in questo dipartimento, e da’ medesimi credesi esser stato cognominato il monte Massa.

Nel 1323 quando gli aragonesi si posero a campo intorno alla città d’Iglesias, i Marchesi Malaspina vi concorsero coi Doria, e giurarono fedeltà all’infante

D. Alfonso per quello che possedeano nel Logudoro.

Nel 1325, quando i pisani rinnovarono la guerra contro gli aragonesi già padroni dell’isola, i Marchesi Malaspina aderirono ai medesimi con gli Spinola, i Massa e i Doria. Ma poco dopo, quando i pisani dovettero cedere, i Malaspina rientrarono nel dovere, ricevettero nuova investitura del castello d’Osilo posto sotto la custodia di Gerardo Alos. I Marchesi di Massa, sebbene già condannati di fellonia, essendosi assoggettati, furono graziati.

Nel 1327 Azone marchese Malaspina per consiglio di Barnaba Doria occupò il castel Genovese; ma poco dopo essendovi stato assalito, fu fatto prigioniero, e non venne rilasciato prima che comandasse il Boxados.

Nel 1329 i Marchesi Malaspina insorsero di nuovo coi Doria, e alcuni principali di Sassari per cacciar gli aragonesi e consegnar la città a’ genovesi. Furono però banditi da Bernardo Boxados insieme con gli altri autori della ribellione.

Nel 1336 i Marchesi Malaspina fecero omaggio al re Pietro pel castello d’Osilo e pertinenze, e per gli altri luoghi che possedeano nelle curatorie di Figulina e Coros.

Nel 1339, quando tra Giovanni, Azone e Federico Malaspina fu fatta la divisione delle cose paterne, Giovanni ebbe per sua parte i beni di Sardegna, de’ quali quando in sulla morte (ann. 1343) fece testamento, istituiva erede il Re. Ma non soffrendo Federico e Azone che la famiglia perdesse que’ dominii, vennero dall’Italia con un esercito, e di viva forza occuparono il castello e tutti gli altri luoghi.

Nel 1347 i Malaspina erano padroni del castello, perchè i Doria nelle pratiche per la pace col Re proposero di espugnarlo con le loro armi.

Nel 1349 i marchesi Malaspina confederati co’ Do-ria assediarono Sassari, e fecero giornata con Ughetto Corbera che portava soccorso agli assediati.

Nel 1352 i marchesi Malaspina Federico e Azone tornarono all’obbedienza del Re, e furono rinvestiti del castello d’Osilo e degli altri feudi.

Nel 1354 la baronia e la rocca d’Osilo era già in potere del Re, perchè vi esercitava un’immediata giurisdizione, e vi ponea a presidio le sue truppe. Non si sa come i Malaspina perdessero quel dominio.

Nell’anno 1369 Mariano d’Arborea, dopo la sua vittoria su Pietro de Luna, assediò e prese il castello d’Osilo. Due guerrieri del Giudice nativi di questo dipartimento, che si distinsero per gran valore, principalmente in quest’impresa e poi nella espugnazione di Sassari, furono molto privilegiati da Mariano. Erano essi Quirico Mancone e Giovanni Sotgiu ambi di Tonsa.

Nella pace del 1388 Leonora regina d’Arborea rendeva al Re il castello d’Osilo.

Quando nel 1390 ricominciarono le ostilità tra Aragona e Arborea gli arboresi lo riacquistarono.

Nel 1439 questo castello col suo contado fu dato in feudo ad Angelo Cano di Sassari.